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Forti e sorridenti in campo e fuori

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Golf

S. Audisio – Sono arrivate da tutta Europa per un evento dedicato, raccogliendo l’invito del golf di Asiago per una due giorni di gara e di festa tutta al femminile, il Fope Invitational (28-29 giugno): 25 tra le migliori proette europee in campo insieme a cinque azzurre

Non accadeva dall’ultimo Ladies’ Italian Open del 2014, evento poi abbandonato dalla federazione. Così Irene Gemmo, anfitrione del club vicentino, ha potuto contare sull’esperienza internazionale di Giulia Sergas (Hall of Fame di PGA Italiana, con 15 anni di attività sul tour americano) che ha raccolto intorno a sé delle straordinarie giocatrici. Forti, belle, sorridenti in campo e fuori. Ha vinto la spagnola Carmen Alonso.
Niente Open dunque in Italia e, nonostante il maggiore appeal acquisito negli anni e più attenzione degli sponsor, anche nel circuito top degli Stati Uniti le differenze con i colleghi uomini sono importanti: le proette giocano 33 tornei con montepremi che vanno da uno a cinque milioni di dollari (nel caso dello Us Open), il Pga Tour mette in campo invece, 52 tornei che valgono dai 3 ai 12 milioni (vedi Us Open). Professionismo a parte, nel rapporto tra uomini e donne queste ultime sono ovviamente ancora una minoranza. Il 25 per cento in Italia (erano il 33), lo stesso in Europa e poco meno negli Usa (24 per cento); ma la presenza sale al 35 in Austria e Svizzera, 39 in Germania. Ancora poche in Gran Bretagna, dove le signore rappresentano il 10-15 per cento dei giocatori (e dove ancora esistono associazioni di golf widows, mogli abbandonate nel weekend che si considerano vedove).
Un gap di genere dunque? Questo raccontano i numeri, ma per contenuti e qualità ciascuno percorre la sua strada con soddisfazione. In Italia le donne vivono il golf più degli uomini e lo fanno a trecentosessanta gradi: spendono più tempo al circolo, giocano più spesso, hanno un’associazione e gare dedicate, organizzano il golf dei bambini e le vacanze per tutta la famiglia. Hanno, in definitiva, un ruolo chiave in questo sport. Che è di per sé intrigante per una donna, che può misurarsi alla pari dell’uomo sapendo di poterlo battere. Ed è anche un ambiente ideale dove social, family e business convivono. «Credo che la competitività sia la chiave di questo successo: puoi fare attività, stare con le amiche, divertirti e metterti alla prova. E poi puoi personalizzare tutti i tuoi materiali, sacca, bastoni, copri bastoni, a quale donna non piace? Competitiva, con eleganza e stile», parole di Giulia Molinaro, ventottenne professionista impegnata sul tour americano maggiore e prima olimpionica del golf italiano a Rio 2016 (con Giulia Sergas).

Per la crescita del golf si punta molto sul settore femminile. Così lo scorso 5 giugno si è celebrato lo Women’s Golf Day, terza edizione. Stesso giorno, stesso format in tutto il mondo per una sorta di flash mob golfistico. Un golf trasversale all’età, alla cultura, al tipo di interesse e coinvolgimento, ma con un rigoroso fil rouge: essere donna e coinvolgere altre donne, condividere la giornata tra neofite, giovani campionesse, bambine e senior. Hanno preso parte 900 location in 58 Paesi, con nuovi entrati come Arabia Saudita, Hong Kong, Uganda, Turchia, Guadalupa e Montenegro. Intanto nei circoli si fa anche yoga, si balla, si organizzano visite al territorio e poi make up, hair styling, nail Spa.
E mentre la venticinquenne sudcoreana Sei Young Kim entra nella storia con il record di 31 colpi sotto il par sul torneo, la collega americana Brittany Lincicome rilancia la sfida ai pro del Pga Tour scendendo in campo con loro ad armi pari. Prima di lei, Babe Didrikson Zaharias (1945), Suzy Whaley, Annika Sorenstam (2003) e Michelle Wie (la prima volta a 15 anni).

 


Silvia Audisio

Giornalista per passione del golf, un percorso al contrario.
Dall’università di lingue alla moda milanese indossata e venduta, ai tessuti, ma sempre con la sacca in spalla macinando buche su buche. Da Genova dov’è nata, a Milano dove abita, a Biella dove ha tirato i primi colpi a cinque anni. E poi nel mondo per una partita senza fine, con il cruccio di non aver mai fatto hole-in-one e quello di vedere il golf, in Italia, ancora tanto distante dalla gente. Ma ne parla e ne scrive con fiducia. l Golf a test è l’ultimo libro, domande e risposte per capire il gioco. Ha diretto per 12 anni la rivista Il Mondo del Golf, aperto uno studio di comunicazione, vinto un premio dell’unione stampa sportiva e, per cinque anni, ha curato il magazine del Corriere della Sera, Style Golf. Scrive per Style, Dove e La Gazzetta dello Sport. La cosa più bella? Veder giocare i bambini. Certo nel suo circolo, dove partecipa all’organizzazione delle loro attività.

Le donne nel Golf: di certo un valore aggiunto

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Golf

C. Borghino – G.O.L.F. ovvero Gentlemen Only Ladies Forbidden

 

Nasce con questi presupposti lo sport attualmente più diffuso a livello mondiale.
In realtà e per fortuna l’origine della parola Golf è controversa. Probabilmente già nel tardo Medio Evo in Scozia i contadini utilizzavano dei bastoni per lanciarsi una pietra, più realistica l’ipotesi che Golf derivi dalla parola di origine scozzese “gowf” piuttosto che da quella olandese “Kolf”, di certo il Golf è uno sport di antiche origini e di certo pensato e nato per gli uomini.
Uomini che probabilmente non hanno tenuto in considerazione la caparbietà e la risolutezza di molte donne che fin dalla fine del ‘800 si sono cimentate sui fairway di tutto il mondo con la stessa sicurezza dei colleghi maschi.
È certo che le statistiche attuali numericamente parlano chiaro, la preponderanza di giocatori maschi è innegabile, ma è altrettanto certo che seppur lentamente anche la presenza femminile sui campi è in costante aumento.
Quello che rimane immutato, fin da quando le prime giocatrici hanno varcato i cancelli dei campi scozzesi, è la determinatezza e lo spirito competitivo che le signore del golf dimostrano tutte le volte che scendono in campo.
Lavorare nella segreteria di un Circolo è impegnativo ma spesso anche molto gratificante e lavorare in un circolo con una discreta presenza di signore può fare la differenza!
È molto interessante ed estremamente importante il rapporto che si crea tra la componente femminile e chi sta al “di là del bancone”.
Ogni socia è un universo a parte dentro il quale devi saperti orientare, muovere e interagire con naturalezza e cortesia. Essere stata in passato socia del circolo ed essere donna ha da sempre facilitato l’intesa e l’empatia necessarie per soddisfare anche le loro più piccole, ma non per questo meno importanti, esigenze.
Disponibilità e discrezione sono le parole magiche che regolano la mia vita al Circolo dove lavoro.
Sono convinta che la presenza delle donne nel golf dia un tocco di “grazia” e di “leggerezza” in uno sport da sempre pensato per soli uomini dove non è la forza fisica a fare la differenza, ma la sensibilità, la concentrazione, e soprattutto la strategia e l’intuizione; prerogative eccellenti indiscutibilmente appartenenti al mondo femminile.

 


Clelia Borghino

Responsabile segreteria Golf Club Ambrosiano

Quelle emozioni uniche del golf. Carnoustie remember?

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Golf

S. Audisio – I pantaloni arrotolati sopra il ginocchio, i piedi nell’acqua del Barry Burn a pochi metri dalla bandiera, il viso stravolto e una decisione da prendere in pochi istanti sotto gli occhi del mondo. Giocare quella palla appoggiata venti centimetri sott’acqua, o rimetterla in gioco fuori dall’ostacolo con un colpo di penalità?

Per Jean Van de Velde, giovane francese di grandi speranze, il momento peggiore di una vita di golf. Un’immagine che nessuno può dimenticare. Un giorno infame, anzi, una buca infame al termine di una giornata quasi perfetta, l’ultima di una settimana addirittura magica. Con i suoi tre colpi di vantaggio, non gli restava che giocare la diciotto per conquistare il titolo in assoluto più antico e più ambito, quello dell’Open Championship. Invece, ancora una volta in quell’estate del 1999, l’ultima parola è toccata a lei. Eppure ha un nome rassicurante (tutte le buche hanno un nome in Scozia), si chiama Home la mitica diciotto del tracciato di Carnoustie, un links battuto dal vento sulle dune di sabbia lungo la costa orientale. Quando la vedi per la prima volta non c’è nulla che ti colpisca più di tanto, non la bellezza, non la spettacolarità, non un elemento dominante se non il grande albergo bianco sullo sfondo. Utile almeno, perché uno dei suoi comignoli è il punto di riferimento ideale per allinearsi correttamente sul primo colpo. 406 metri, neanche così lunga. Eppure, senza dare spettacolo con elementi plateali, la sua lezione di golf è di gran lunga la più intrigante, sottile, seducente che un giocatore possa affrontare. A dettare le condizioni è un insignificante, ma tristemente famoso, fiumiciattolo che si chiama Barry Burn e che già entra in gioco nelle due buche precedenti. Qui dà il meglio di sé, tagliando la buca con anse sinuose per ben due volte, prima di comparire ancora davanti al green. A questo si aggiungono l’out a sinistra, il fairway stretto, il rough alto fino alle ginocchia e, ben piazzati, i profondi bunker tipicamente scozzesi (alle origini del golf, che è nato proprio qui, erano buche dove le pecore si riparavano dal vento). Strategia innanzitutto. Bisogna pensare, riflettere, piazzare la palla nel posto giusto, magari saper rinunciare. Cosa che non ha fatto quel giorno Jean Van de Velde, ed è finita proprio male. Aveva tre colpi di vantaggio e aveva tirato un tee shot perfetto, poi una serie di errori fatali. Doveva giocare il secondo prima dell’acqua e invece ha tirato al green. Quindi è finito nell’erbaccia, poi nel Barry Burn dove si è spogliato e rivestito, poi nella sabbia. Totale sette colpi, pareggio, e playoff perso poco dopo. Un dramma scandito dagli urli del pubblico alternati ad applausi di incoraggiamento. Imbarazzante, emozionante, frustrante. Lo chiamano Carnoustie effect, uno stato di shock mentale e psichico nel confrontarsi con una realtà che si rivela tanto diversa dalle aspettative. Una buca è davvero grande quando regala emozioni, quando sfida i più forti nelle occasioni che contano e nelle condizioni più estreme riservate ai massimi tornei, quando è capace di scrivere pagine di storia. Anche infami.
Ora Home sta per tornare in scena insieme al 147esimo Open Championship (19-22 luglio), per l’ottava volta ospite della cittadina scozzese sulla costa orientale del Paese, dove a golf si giocava già nel 1527, prima ancora che a St. Andrews. Quello di Carnoustie è uno dei dieci circoli più antichi del mondo (1842). A fine Ottocento il terreno fu venduto dal proprietario alla città di Carnoustie. Allora erano dieci buche che, con la nuova ferrovia, diventarono frequentatissime con ospiti in arrivo anche da Edimburgo. Occorreva un restyling importante: così nel 1867 fu il leggendario Old Tom Morris a metterci mano portandolo a diciotto buche, ridisegnate più tardi (nel 1926) dal famoso architetto James Braid. Ma dopo il primo Open Championship – vinto nel 1931 dal grande Tommy Armour – le ultime tre buche erano sembrate un po’ deboli, non all’altezza: a ridisegnarle ci pensò un signore locale di nome James Wright, producendo quello che è considerato da tutti il finale più difficile in assoluto nel golf. Chi gioca oggi a Carnustie, affronta la stessa sfida di ottant’anni fa. E poiché si tratta di un public links, chiunque ha l’opportunità di giocare il campo dell’Open. Gli americani lo chiamano Car-nesty per la sua cattiveria, in assoluto il tracciato più difficile dove si gioca questa gara. Oltre a Tommy Armour (1931), lo hanno domato vincendo l’Open, Henry Cotton (1937), Ben Hogan (1953), Gary Player (1968), Tom Watson (1975), Paul Lawrie (1999) e Padraig Harrington (2007).

 


Silvia Audisio

Giornalista per passione del golf, un percorso al contrario.
Dall’università di lingue alla moda milanese indossata e venduta, ai tessuti, ma sempre con la sacca in spalla macinando buche su buche. Da Genova dov’è nata, a Milano dove abita, a Biella dove ha tirato i primi colpi a cinque anni. E poi nel mondo per una partita senza fine, con il cruccio di non aver mai fatto hole-in-one e quello di vedere il golf, in Italia, ancora tanto distante dalla gente. Ma ne parla e ne scrive con fiducia. l Golf a test è l’ultimo libro, domande e risposte per capire il gioco. Ha diretto per 12 anni la rivista Il Mondo del Golf, aperto uno studio di comunicazione, vinto un premio dell’unione stampa sportiva e, per cinque anni, ha curato il magazine del Corriere della Sera, Style Golf. Scrive per Style, Dove e La Gazzetta dello Sport. La cosa più bella? Veder giocare i bambini. Certo nel suo circolo, dove partecipa all’organizzazione delle loro attività.